Racconti certosini

Racconti Certosini

di Lucia Cataldo

Nel cuore di ogni uomo c’è un nervo segreto che risponde alle vibrazioni della bellezza.
(Christopher Morley)

 

La presenza della Certosa di Padula ha fortemente influito sul tessuto sociale, economico e politico del paese che domina su di essa. Ancora oggi, per i padulesi, la Certosa è sinonimo di maestosità, di orgoglio ma anche di mistero e di curiosità. Passeggiando lungo il chiostro grande molti, spesso, s’interrogano su come vivessero i Certosini, cosa mangiassero e quale fosse il loro rapporto con il mondo esterno. Oggi tutti possono accedere in Certosa per ammirarne la sua grandezza ma, all’epoca della sua attività come monastero, pochi erano coloro che potevano entrare nella domus superior. L’accesso era consentito, per esempio, ai conversi (i monaci che si occupavano della parte operativa) e ai Magister (mastri ferrari, falegnami, scalpellini, etc…) che potevano accedervi senza, però, entrare mai in contatto con i Padri Certosini. Fu proprio in una di queste giornate che Luigi Gallo, scalpellino chiamato dai Certosini nel gennaio del 1856 per alcuni lavori da eseguire nel monastero, ebbe modo di entrare per poi aggirarsi di nascosto per appagare la sua curiosità.

“…dopo aver percorso un lungo corridoio, entrai in un ambiente con due enormi dispense. Era la prima volta che i miei occhi potevano ammirare qualcosa del genere: piatti Napoletani, tegamini di rame, ceramica dipinta e poi, all’interno di enormi contenitori, pesce di mare, maccheroni, ranocchie, sarde, baccalà, tonnina, neve, uova e tarantello. La realtà sembrava superare la fantasia. Ancora incredulo per ciò che avevo appena visto, accelerai il passo per scoprire quante più cose possibili prima che qualcuno si accorgesse della mia presenza. E così passai davanti al Refettorio; voltandomi verso sinistra vidi, poggiati su delle lunghe pedane di legno, enormi tavoli spogli ma che immagino venissero ricoperti di tovaglie bianche durante i giorni di festa quando veniva consumato il pranzo in comune, così come prescritto dalla Regola. Avrei voluto soffermarmi ad ammirare l’unico dipinto superstite raffigurante le Nozze di Cana ma la curiosità di esplorare nuovi spazi mi spinse a percorrere frettolosamente il corridoio che si snoda lungo il chiostro dell’antico cimitero. Mi trovai, tutto d’un colpo, in chiesa: lo sguardo faticava a fermarsi. Estasiato dalla perfezione dei putti in marmo di Carrara, gli intarsi in madreperla e la polvere di lapislazzuli dell’altare maggiore venivo catturato dalla bellezza del ciclo pittorico tardo-barocco delle volte gotiche. Ammaliato dalle lanterne e dai luccicanti candelieri d’ottone della zona absidale, l’attenzione veniva catturata dagli intagli e dagli intarsi in legno del coro dei Padri e dal suo pavimento maiolicato. Non riuscivo a capire come tanta bellezza potesse concentrarsi in così poco spazio e come tutto ciò fosse opera solo di sapienti mani umane. Mentre la mia anima veniva rapita sempre più dallo splendore del luogo sacro sentii, in lontananza, una voce inconfondibile e la riconobbi subito. Era D. Bruno Mascia, il Procuratore. Non avrei mai voluto sentire quella voce ed interrompere il mio viaggio segreto ma fui costretto ad attraversare velocemente le cappelle laterali e ad uscire, senza che nessuno mi vedesse, dalla Felix Coeli Porta”

Ciò che aveva visto Luigi Gallo doveva essere ben diverso dalla realtà nella quale viveva; egli era fortunato perché apparteneva ad una ricca famiglia di scalpellini padulesi. Poche erano, però, le famiglie di Padula che potevano permettersi di pagare i guardiani, il portalettere, lo stagnatore del rame, il carrettiere, il corriere del pesce, l’ortolano oppure comprare la pelle per “ligare” i libri o i volumi di Poliorama (periodico poliedrico pubblicato nel Regno delle Due Sicilie). Pochi erano anche coloro i quali potevano permettersi un’alimentazione certosina: la quasi totalità della popolazione era costituita da contadini che viveva in condizioni di povertà e sicuramente mal sopportavano la comunità certosina, tanto vicina fisicamente quanto distante socialmente ed economicamente e solo una piccola parte del ceto sociale, composta da coloro che esercitavano un mestiere o erano dediti ad attività commerciali, ne traeva benefici economici. Tra questi anche il protagonista del racconto.

Illustrazione: immagine realizzata da Emanuele Sabatino e gentilmente concessa dal Museo del Cognome.

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