Tramonto di un convento agostiniano

di Lucia Cataldo

 

Quando si parla di ordini religiosi a Padula, il pensiero tende inesorabilmente alla Certosa di San Lorenzo, probabilmente per il fascino che il maestoso complesso monastico emana da secoli. A Padula, come negli altri paesi del Vallo di Diano, erano tuttavia presenti numerosi conventi e monasteri che rappresentavano centri di potere religioso, economico e politico. La loro ricchezza era costituita da beni mobili ed immobili, spesso comprendenti fondi concessi in enfiteusi o in affitto e sui quali si esercitava il diritto della “manomorta ecclesiastica”. Nel Vallo di Diano abbiamo traccia, per esempio, di due monasteri agostiniani; uno ubicato a Teggiano e l’altro a Padula, “sito nella parte superiore del Comune, vi si respira un’aria eccellente, ed ha un orizzonte aperto da tutti i lati”.

Mi soffermerò sul monastero agostiniano di Padula, la cui fondazione fu concomitante alla costruzione della Certosa di San Lorenzo. I due edifici, pur differendo tra loro per stile architettonico e tipologia, sono espressione di una medesima storia; entrambi furono costruiti per volere della potente famiglia dei Sanseverino, raggiunsero il massimo splendore nel corso del Seicento e Settecento con continui ampliamenti ed acquisizioni ed assistettero impotenti al proprio declino e spoliazione.

Di fatti, il 15 febbraio 1806 Giuseppe Bonaparte s’impossessò del Regno di Napoli e, fin da subito, intraprese una serie di azioni politiche ed amministrative contro l’Ancien Régime (tra queste le leggi eversive della feudalità). Il suo successore, Gioacchino Murat, continuò sulla stessa scia riformatrice e sancì la definitiva soppressione degli ordini religiosi, stravolgendo radicalmente la vita dei monaci e dei monasteri.

Il 30 settembre 1809, in ottemperanza agli articoli del Real Decreto del 7 agosto 1809, giunsero, presso il Monastero di Sant’Agostino di Padula, gli incaricati della soppressione su ordine dell’Intendente. Essi acquisirono tutte le scritture e titoli, i registri, i conti di amministrazione, le derrate alimentari e stilarono, in tre copie, gli inventari dei beni mobili ed immobili nonché lo stato dei monaci. “…Una croce di argento con anima di legno, una pisside tutta d’argento, una coppa di calice e patena d’argento, quattro candelieri ed un Crocifisso d’ottone per l’altare, quattro reliquiari di rame Cipro oltre ai mobili, all’organo (mancante di quasi tutti i registri) e alle campane” e, tra i beni immobili, vari possedimenti a Padula, a Sassano, a Montesano e ad Aquara.

L’elenco comprendeva, inoltre, tutti i dettagli della contribuzione fondiaria relativi a ciascun fondo. Al momento della soppressione i monaci presenti erano nove; tra essi alcuni decisero di tornare a Lagonegro e Postiglione (luogo di provenienza) mentre altri scelsero Salerno o Padula.

Nell’articolo 24 del Real Decreto si legge ”Gli argenti e tutti gli altri oggetti preziosi saranno inviati all’Intendente, il quale gli spedirà in Napoli al Governatore del Banco di Corte, con uno stato che contenga l’indicazione della loro natura, del peso e del valore, facendo pervenire nel tempo stesso il doppio di questo stato al Ministro delle Finanze”.

Nei documenti d’archivio risulta che la cassa contenente gli argenti e gli oggetti preziosi del convento di Padula venne trasportata presso l’abitazione dell’allora sindaco, Lorenzo Romano, e vi rimase per circa quattro anni. Il Sottintendente di Sala, in seguito alla segnalazione del Signor Giuseppe De Robertiis, fu incaricato, insieme al nuovo sindaco Onofrio Damiani e a due Decurioni, di recuperare la cassa “dal peso di libre 29 ed oncie 10 circa” e di consegnarla al Banco delle Due Sicilie. Il Signor De Robertiis ricevette un compenso di 110 Lire e 25 Ducati per la fedeltà “giacché egli poteva mettersi d’accordo col Detentore, e prendersi porzione dell’argento senza denunciarlo al Governo che non aveva nessuna conoscenza di questa argenteria”.

Così si concluse la plurisecolare ed intensa attività del monastero di Sant’Agostino. Nei decenni successivi l’edificio, nell’ambito della ridistribuzione dei beni immobili intrapresa durante il Decennio Francese, ebbe una destinazione d’uso completamente diversa trasformandosi in sede del Decurionato (una sorta di consiglio comunale), caserma, carcere, scuola pubblica ed attualmente è sede del Municipio. La Certosa, d’altra parte, non ebbe un destino molto diverso diventando, dopo l’eversione e la successiva liquidazione dell’asse ecclesiastico del 1866, campo di prigionia ed orfanotrofio.

I testi in corsivo sono citazioni tratte da: ASS, Intendenza, b. 2471, f.lo 5

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1 commento su “Tramonto di un convento agostiniano

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